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ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è l’acronimo inglese  che corrisponde al nostro DDAI (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività). I clinici lo definiscono come un disturbo evolutivo dell’autocontrollo che risponde ad una serie di criteri diagnostici individuati dalla comunità scientifica dell’American Psychiatric Association[1].

Le caratteristiche principali sono tre:

  • La disattenzione, intesa come una forte difficoltà nel rimanere al lungo tempo concentrati su un compito, associata ad una continua ricerca di stimoli nuovi, che porta il bambino a prestare attenzione a più cose contemporaneamente senza, di fatto, concluderne nessuna. I bambini con un deficit attentivo danno sempre la sensazione di avere altro per la testa, prestano poca cura ai dettagli.
  • L’impulsività, cioè la tendenza ad agire e parlare senza riflettere; questo si traduce nei giochi come una grossa difficoltà a rispettare il proprio turno  e a scuola con l’abitudine a “sparare”  la prima risposta che salta in mente, senza aver sentito neppure come si conclude la domanda.
  • L’iperattività, intesa come la difficoltà a rimanere fermi. Questa caratteristica, quando presente, è molto evidente poiché si manifesta con agitazione motoria, anche da seduti. Si noterà ad esempio che il bambino batte mani o piedi, ha spesso bisogno di alzarsi, cambia continuamente posizione e gioca con tutto ciò che può avere tra le mani.

Osservando questi bambini un adulto potrebbe trovarsi a commentare così: “Giovanni è proprio una peste … mio figlio mi dice che prende sempre note in classe perché non sta attento e si alza per disturbare gli altri; e poi è un gran maleducato, alle feste litiga sempre con tutti perché non rispetta le regole; … neppure la madre riesce a controllarlo … si vede che gliele da vinte tutte … non gli permetterò più di giocare con mio figlio!”

Naturalmente a tutti, piccoli e grandi, può capitare di avere una giornata in cui si è particolarmente distratti e annoiati, questo non è sintomo di un deficit attentivo; così come una certa vivacità, la normale esplorazione dell’ambiente e la ricerca di novità non sono indice di iperattività, ma comportamenti positivi da incoraggiare.

Il disturbo si determina nel momento in cui queste caratteristiche diventano costanti del bambino, tali da creare difficoltà negli apprendimenti scolastici, nei rapporti con gli altri e in famiglia, con un’evidente difficoltà di gestione da parte della scuola e dei genitori.

Spesso in queste situazioni arrivano a casa le note dell’insegnante o i “richiami” da parte di altri genitori perchè il bambino si comporta “male”. La mamma e il papà, tra punizioni e tentativi vari di comprendere meglio, si fanno promettere dal figlio che non lo farà di nuovo; ma qualche giorno dopo … è tutto come prima …

Il bambino con ADHD, infatti, pur avendo adeguate risorse cognitive e affettive e rendendosi perfettamente conto che il suo modo di fare lo mette nei guai, non può farci niente, proprio per via dei sui problemi di autoregolazione che si manifestano:

 

  • nell’organizzazione e nel controllo dei processi cognitivi
  • nella pianificazione e nella soluzione dei problemi (a causa anche della mancanza di un dialogo interiore che possa fungere da guida per un piano d’azione nel controllo dell’impulsività)
  • nella regolazione della concentrazione e dell’attenzione sostenuta
  • nella regolazione dell’autostima (spesso compromessa dalle numerose esperienze di insuccesso nel rapporto con i coetanei)
  • nel controllo del proprio comportamento con gli altri
  • nel comportamento motorio
  • nella gestione delle emozioni, quali rabbia, frustrazione e vergogna, che se non contenute possono generare aggressività
  • nella motivazione e nella fiducia rispetto all’impegno e allo sforzo (spesso assente per via della convinzione di base che tanto non sarà capace e che il successo è determinato da fortuna/facilità del compito).

E’ importante tener conto di tutte queste caratteristiche quando si ha a che fare con l’ADHD, per non rischiare di etichettare il bambino come “cattivo” e per dargli strumenti utili al fronteggiamento dei problemi e all’esplorazione delle proprie emozioni e delle proprie risorse. Inoltre, poiché il bambino non è un individuo a sé, ma è inserito in vari contesti (familiare, sociale, scolastico …) è fondamentale un lavoro con i genitori e con gli insegnanti per creare una rete di supporto, che lo sostenga nel suo percorso di crescita.

[1] American Psychiatric Association (1994). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. Quarta Edizione (DSM-IV). Masson, Milano.

Contattando la Dott.ssa Antonietta Bruzzese al n. 339.7277350, oppure, inviando una mail all’indirizzo bruzzese.antonietta@gmail.com sarà possibile fissare un

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