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Come ogni genitore sa le regole in famiglia sono fondamentali, poiché ogni bambino, per rendersi indipendente e autonomo, ha bisogno di muoversi entro confini chiari e definiti; se ben guidato, con il tempo, imparerà da solo cosa è giusto e cosa è sbagliato. Naturalmente si tratta di un processo piuttosto lungo, che arriva fino all’adolescenza, ma che inizia molto presto.

 

Già al compimento del primo anno, infatti, il bambino comincia a fare una grossa conquista, può percepirsi come un individuo scisso dalla madre, prende consapevolezza del proprio io e comincia a volerlo definire e affermare. In che modo? Con il passare dei mesi inizierà a mettere alla prova i genitori, a sperimentare i limiti, tentando di capire cosa può fare e cosa no e, verso il 18 mesi, arriverà (più o meno per tutti) la cosiddetta “epoca dei no”. Ecco allora i primi capricci: scenate isteriche incomprensibili, pianti disperati e manifestazioni di rabbia di fronte a quelle che agli adulti sembrano solo piccole frustrazioni. Al comparire di questa crisi opposizionale i genitori potranno entrare nel panico, talvolta sentirsi inadeguati, in alcuni momenti non riconosceranno più quello che prima era il loro adorabile cucciolo, ma niente paura! Si tratta di una fase normale, il bambino sta sperimentando forme di pensiero individuale, inizia a sentirsi autonomo e le sue “obiezioni” rappresentano un richiamo all’indipendenza e il tentativo di costruire un’identità propria.

L’apice di questo processo si manifesta intorno ai due anni (i famosi terrible two), quando il linguaggio è ancora limitato e il bambino fatica a riconoscere e ad esprimere a parole ciò che sente.

E allora cosa possono fare i genitori?

Sarà importante soprattutto riconoscere che dietro ad ogni cosiddetto capriccio si nasconde un bisogno, solo individuando questi bisogni si può passare alla fase successiva di gestione del comportamento inadeguato.

Generalmente le cause principali sono queste:

  • Bisogno di affetto e vicinanza
  • Fame
  • Stanchezza
  • Mancanza di stimoli (noia)
  • Necessità di testare i limiti
  • Bisogno d’indipendenza e autonomia

Nel primo caso, trattandosi di un bisogno primario, non si tratta di veri e propri capricci, ma di una modalità di comportamento che il bambino mette in atto per attirare l’attenzione del genitore e richiederne la vicinanza. Non dimentichiamo che a due anni l’ansia da separazione può essere ancora presente e del tutto fisiologica. In questo caso il bambino va accolto, consolato e rassicurato. Quando avrà soddisfatto il suo bisogno di vicinanza e contatto potrà essere più sereno e riprendere le sue attività. Per questo è importante sempre avvertire i piccoli prima di una separazione e salutarli ogni volta. Dedicare del tempo esclusivo al bambino è sempre una buona idea, a maggior ragione in questo caso.

Per i capricci dovuti a fame e stanchezza, può sembrare banale, ma basta organizzarsi. Ogni genitore ha sperimentato che un bambino stanco o affamato è molto più irritabile, sarà quindi utile stabilire delle routine in modo che questi bisogni siano sempre soddisfatti. Altrimenti il capriccio rischia di essere proprio dietro l’angolo. Sarebbe opportuno evitare, quando possibile, le uscite se il bambino è stanco ed è l’ora di riposare. Quando l’ora della nanna si avvicina ed il bambino è palesemente stressato meglio evitare di cogliere sfide e provocazioni, facendo finta di nulla ed avviando il rituale della nanna.

Per quanto riguarda la noia, non possiamo pensare che un bambino di due anni possa gestirla da solo, ci sono momenti in cui giocherà volentieri per conto suo, ma molti altri in cui vorrà l’attenzione da parte dell’adulto. Quando non è proprio possibile stare a giocare con lui, i genitori possono provare a coinvolgerlo nelle loro attività. Gli si possono dare dei piccoli compiti: al supermercato può mettere la spesa nel carrello e poi i prodotti sulla cassa; a casa può aiutare a svuotare il sacchetto della spesa; mentre la mamma fa le pulizie gli si può dare uno straccetto per aiutare; lo si può coinvolgere nella preparazione di alcuni cibi… basta un po’ di fantasia! Mettendo l’ambiente in sicurezza sono molte le cose che un bambino può fare.  Forse queste attività richiederanno più tempo per il genitore, già stanco e preso da mille incombenze, ma così si otterrà un duplice beneficio: nell’immediato sarà possibile prevenire i capricci e a lungo termine i genitori avranno dato ai bambini la possibilità di sperimentarsi in molte situazioni e sentirsi parte utile della famiglia, sostenendo e rinforzando l’autostima. In termini di costi e benefici, dunque, i benefici sono certamente superiori.

Quando invece il bambino sta testando i limiti prevenire potrebbe non essere sufficiente, le regole devono essere chiare e devono sempre essere rispettate, ecco perché è inutile darne troppe (sia a questa età che in seguito).

A due anni le uniche regole dovrebbero riguardare la sicurezza, non farsi  male e non fare male agli altri. Quando ci si rende conto che i “no” detti al bambino sono troppi, forse si dovrebbe riadattare qualcosa in casa, perché l’ambiente non è più idoneo. Cosa fare quando il bambino mette alla prova l’adulto facendo i capricci per sfidarlo? Una volta escluse le cause di fame e sonno, si può spiegare di nuovo cosa ci si aspetta da lui e, se il piccolo insiste ancora, agire a seconda del rischio effettivo di farsi male: se non è una situazione di pericolo (es. il bambino piange al supermercato per ottenere qualcosa o batte i piedi e si butta a terra perché vuole guardare ancora la Tv) meglio ignorare, ricordando che i capricci si fanno sempre in due, se da una parte c’è un bambino che urla dall’altra c’è un genitore che asseconda dando importanza al capriccio stesso. Se uno dei due si tira indietro, facendo finta di nulla e proseguendo nella propria attività, il capriccio dovrebbe decadere. Se però ciò non avviene e il bambino entra in un circolo da cui non riesce ad uscire da solo può aver bisogno di aiuto, diamogli conforto, abbracciamolo, ma senza mai cedere al capriccio stesso. Bisogna, infatti, rimanere coerenti: un no deve rimanere no. Se un genitore sa di non avere la possibilità di arrivare fino in fondo è inutile mettere il divieto e far partire il capriccio… almeno non perderà di credibilità cedendo proprio al culmine del capriccio stesso. Quando c’è il rischio di farsi male è il caso di intervenire facendo capire che c’è una conseguenza a quel comportamento spiacevole. Le conseguenze devono essere immediate, altrimenti risulteranno inefficaci! Se ad esempio mette un gioco piccolo in bocca con aria di sfida, prima lo si avvisa e, se continua, gli si leva il gioco per un po’; se per strada andando al parco si rifiuta di dare la mano e scappa via, lo si avvisa che se continua così si torna a casa e, se insiste, si torna indietro. Ricordiamo sempre che un bambino ha bisogno di un contenimento, avere la sensazione di “tenere in pugno” i genitori può generare profonde insicurezze e, a lungo andare, istaurare pensieri del tipo “se nemmeno mamma e papà che sono grandi sanno tenermi sotto controllo, come posso farlo io che sono piccolo?”. I limiti gli daranno indicazioni su come muoversi nel mondo.

Infine c’è la richiesta di autonomia e indipendenza, molti capricci nascono dal voler fare da solo. In questo caso vale l’insegnamento di Maria Montessori “aiutami a fare da solo”, diamo ai bambini gli strumenti per poter agire in autonomia, mettiamo i loro oggetti alla loro portata (attaccapanni, ecc.), diamogli dei piccoli compiti, diamo loro la possibilità di sperimentare, facilitandogli il compito: se vuole aprire un barattolo, allentiamolo prima; se vuole versarsi l’acqua da solo, diamogli una bottiglietta, con poca acqua; se vuole versarsi i cereali nel latte, anziché dargli tutto il sacchetto mettiamone un po’ in una ciotola, più facile da gestire; prendiamo più tempo per dargli la possibilità di collaborare quando si deve vestire o spogliare. Quest’aspetto dell’età del no, espresso anche come “mamma non mi aiutare”, può essere positivamente sfruttato, tutto il tempo investito sarà un guadagno negli anni successivi, quando il bambino farà da solo molte cose senza subire passivamente ogni azione del genitore.

Ed ecco, infine, un piccolo vademecum, rammentando che, quando si parla di bambini, non esistono ricette valide per tutti, ma gli ingredienti principali sono sempre gli stessi: tempo dedicato, pazienza e … un pizzico di fantasia.

  • Essere sempre coerenti, per non perdere di credibilità. Evitare di minacciare una punizione che non può essere portata a termine o di fare una promessa che non può essere mantenuta.
  • Condividere le scelte educative tra genitori. È importante che il bambino sappia che la stessa regola vale sia con mamma sia con papà. Quando si hanno delle divergenze, è il caso di discuterle in separata sede.
  • Fare sempre delle richieste ben precise, i bambini devono capire bene cosa ci aspettiamo da loro. Il linguaggio deve essere semplice e diretto.
  • Fare richieste in positivo, meglio dire “stai vicino alla mamma” che “mi raccomando non correre”, così gli diremo cosa fare senza suggerirgli implicitamente cosa non fare.
  • Educare alle emozioni verbalizzandole, aiutare il bambino a capire come si sente e insegnargli le parole giuste per dirlo: “capisco che ti senti arrabbiato e dispiaciuto, ma adesso non è possibile andare al parco perché è quasi sera”. Allo scopo c’è tanta letteratura per l’infanzia.
  • Utilizzare il rinforzo positivo. Le lodi devono essere sincere e descrivere il comportamento per il quale il bambino merita riconoscimento, non devono essere un giudizio sul bambino. Quando un comportamento positivo viene lodato è più probabile che questo si ripresenti.
  • Promuovere la capacità di scelta, offrendo delle alternative, ad esempio, quando il bambino si veste, dargli la possibilità di scegliere tra due magliette e due pantaloni, quando è ora di pranzo dargli la possibilità di scegliere tra due pietanze. Due scelte a questa età sono sufficienti, attenti a non incorrere nella situazione opposta, quella di dare troppe opzioni.
  • Evitare di etichettare il bambino come “peste”, “monello”, “cattivo”, con il tempo potrebbe convincersi di essere davvero così e non riuscire a comportarsi in modo diverso.
  • Evitare di urlare, potrebbe funzionare nell’immediato, ma non è utile a lungo termine, da un punto di vista educativo. Ancor meno la sculacciata, oltre all’umiliazione passerebbe il messaggio che se qualcuno fa qualcosa che non ci sta bene, la soluzione è alzargli le mani.
  • Dare sempre l’esempio, i bambini impareranno a dire “grazie”, “prego”, “per favore” e “scusa” molto più facilmente se mamma e papà utilizzeranno queste parole nel linguaggio corrente e, soprattutto, con lui.

 

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